Preistoria di Scientology in Italia - 2

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(seconda parte)

(Continua dalla puntata precedente "Preistoria di Scientology in Italia - prima parte")

(di Ugo Ferrando, che l’ha vissuta e interpretata)

ugo ferrando

L'Italia nel cuore

A FOLO EU venne formato l’Italy Command Team e ogni italiano rimasto ebbe il suo posto e cominciò a studiare per il posto che avrebbe avuto in quella che sarebbe stata la prima, imminente, organizzazione italiana.

L’Italia, però, stava soffrendo già da qualche tempo.

Governi corrotti e servizi segreti deviati, in combutta con criminali e pazzi, avevano cominciato a bombardarla come mai era successo dalla seconda guerra mondiale. Ad esempio, a Brescia, la mia città, una bomba in piazza della Loggia s’era portata via una decina di vite e aveva lasciato dozzine di feriti, là dove una volta passeggiavamo spensierati.

Il fragore e l’orrore delle bombe varcò i confini e arrivò fino in Danimarca dove il comando di FOLO EU pensò che fosse meglio rinviare l’apertura dell’org italiana finché il paese non si fosse “calmato”. Essendo italiani, noi potevamo intuire che si sarebbe potuto trattare di anni (e oggi sappiamo che furono una quindicina, tra anni neri e rossi).

Lo comunicammo, ma inutilmente. L’Italy Command Team fu sciolto ed ai suoi membri vennero affidati altri incarichi locali. Il mese di maggio del ’74 vide il picco, in discesa, del morale dei sei italiani rimasti, ma anche il risorgere della speranza, grazie ad un amico che veniva dal mare, dall’oceano Atlantico.

FLAG MISSION ORDER 1270Una sera fui convocato nell’ufficio del Flag Rep, il Rappresentante di Flag, che mi dette da leggere un messaggio, arrivato via telex. Il messaggio occupava soltanto una  mezza riga del foglio, diceva: “Survey Italy for neeeded and wanted, love Ron.

Non solo Ron ESISTEVA davvero, ma l’Italia gli stava a cuore e ci voleva bene. Inutile dirlo: l’Italia tornò immediatamente di moda, a FOLO EU.

Di passaggio in Italia

Avevo appena iniziato il Primary Rundown (avrei dovuto diventare il primo auditor dell’org italiana) quando fui prelevato e messo a studiare la Mission School di 3a classe. Destinazione: Italia. Il 2 giugno 1974, festa della repubblica, giunsi in Italia dopo cinque mesi di Danimarca. In treno, attraversando il confine al Brennero, mi sembrava di essere un bambino che torna al circo: I LOVE ITALY!

Raggiungevo Giuliano, capo della missione di cui ero il secondo. Gli ordini erano semplici: fare come Ron aveva ordinato ovvero 4000 interviste a Roma e a Milano e delle ricerche che ci avrebbero dato un’idea di quello che gli italiani volevano e quello di cui avevano bisogno.

Il gruppo di via Aleardo AleardiLe due città erano state scelte perché ci abitavano italiani provenienti da tutte le città ed i paesi della nostra bella terra. La base era in via Aleardo Aleardi, a Milano, dove avevamo radunato gli amici, vecchi e nuovi, che ci avrebbero dato una mano nelle interviste e nelle altre ricerche.

        Estate 1974 – Via Aleardo Aleardi 9, Milano

Dopo circa due mesi avevamo finito e lo comunicammo a FOLO EU per aver l’ordine di ripartire per Copenaghen per il debrief della missione.

Come secondo, nella missione avevo la responsabilità delle comunicazioni e tutti i giorni mi recavo alle poste dove avrei potuto accedere ad una telescrivente per inviare i rapporti e ricevere le riposte da FOLO EU.

Le comunicazioni sono sacre in una missione, perciò mi preoccupai quando, verso la fine di agosto, non ricevetti risposta ai miei telex dall’operatore della missione, a Copenaghen.

Finalmente, dopo tre giorni, ricevemmo un telex indirizzato alla nostra missione, ma il mittente era diverso da FOLO EU. Pioneer Area Unit, FLAG: l’unità delle aree pioniere, sulla nave.

Flag era ancora sul mare, sulla motonave Apollo, con porti e rotte strettamente confidenziali. La divisione 6 di Flag voleva che facessimo là, a bordo, il resoconto finale della missione in Italia. La mitica Apollo, la nave ammiraglia della Sea Org, la nave di Ron... Ma dov'era...?

Un viaggio incredibile

Ci aspettavano a bordo entro tre giorni e dovevamo affrettarci così, quella sera stessa, prendemmo un treno per Barcellona, la prima tappa del nostro fantastico e misterioso viaggio. Non dormimmo quella notte, sferragliando lungo la costa della Liguria e il sud della Francia.                

La mattina dopo eravamo nella bella città catalana. Telefonammo ad un numero che ci avevano dato dall’Apollo e scoprimmo che la nostra prossima meta era Madrid, dove avremmo dovuto chiamare un altro numero misterioso. Avevamo un paio d'ore prima della coincidenza per Madrid.

C’era un mercato vicino alla stazione, ci andammo e là vidi un coltello a serramanico con l’impugnatura di madreperla. Costava un occhio, ma era troppo bello e lo comprai. Non sapevo, allora, quel coltello dove sarebbe finito...

A Madrid facemmo appena in tempo a prendere il “Talgo”, un treno rapido che ci avrebbe portato a Lisbona, come ci aveva annunciato la voce amica, ma misteriosa, del nostro contatto iberico.

Così, attraversando l’altipiano pieno di tori al pascolo (un’ennesima giornata in treno) giungemmo al verdeggiante confine portoghese e dopo un paio d’ore, all’oceano Atlantico, a Lisbona. Lì, pensavo, avrei veduto la nave e Ron. Ci saremmo finalmente imbarcati per il viaggio magico e misterioso che ci aspettavamo, quasi frenetici.

La telefonata di Lisbona diceva di non muoversi dalla stazione ferroviaria. Sarebbero venuti a prenderci dall’OTL locale (Operations  & Transportations Liason), l’ufficio di collegamento con l’Apollo per i trasporti e le operazioni. Immaginavamo che ci avrebbero portati al molo dov’era attraccata l’Apollo, ma non era così.

L’OTL si componeva di tre Sea Org member in due stanze con un telex: una base leggerissima nel centro commerciale di Lisbona. Ricordo ancora la calma e l’efficienza in quell’ufficio che era l’opposto della capitale portoghese, così frenetica e caotica.

Ci dissero che l’indomani saremmo partiti per raggiungere la Apollo. Non ci dissero dov’era la nave, ci dissero che avremmo preso un aereo. Aereo...!?! Come...?! Io avevo terrore degli aerei e non ne avrei preso uno neanche se mi avessero pagato il mio peso in oro: io non ero fatto per VOLARE...

Oggi sono un appassionato del volo su qualsiasi mezzo, ma avrete capito che i guai fatti (e pagati abbondantemente) prima di questa vita col soggetto, mi ordinavano di non volare assolutamente, pena la rovina totale. Non dormii neppure quella notte, agitato da immagini che potete vedere nei documentari di guerra... Poi, verso l’alba, mi arresi al destino e mi addormentai.

La mattina, all’aeroporto di Lisbona, prima del check-in, fummo messi al corrente di dove avremmo raggiunto l’Apollo: Santa Cruz de Tenerife, nelle isole Canarie... a due ore di volo...

La nave Apollo

L'ApolloIl Caravelle scivolò con l’ala a dritta, prima dell’atterraggio ed io vidi il porto di Santa Cruz e una nave bianca, inconfondibile. Mi passò completamente la paura, ero a casa.

Scendendo dal taxi vedemmo l’Apollo attraccata sul molo principale. Era l’unica nave attraccata lì e sembrava maestosa e quieta, da terra. Trovammo l’ufficiale medico che ci stava aspettando per sincerarsi sulle nostre condizioni di salute. Quindi, sulla passerella, chiedemmo al quartiermastro il permesso di salire a bordo che ci fu immediatamente concesso.

Avevo portato con me un regalo per Ron: un cofanetto che conteneva carta d’Amalfi, una carta da lettera fatta a mano, con la filigrana raffigurante lo stemma della repubblica marinara, che i mastri cartai di quella città producono da secoli. Non era un regalo mio personale, l’Italia intera riconoscente glielo faceva, tramite i primi scientologist. Con la preghiera di consegnarlo a Ron, affidai il pacchetto al Quartiermastro.

Conoscemmo il nostro senior, responsabile delle aree pioniere che ci mise immediatamente a nostro agio con un ottimo caffè e ci sedemmo con lei in cambusa per quattro chiacchiere informali.

Eravamo a bordo da meno di venti minuti, quando arrivò una splendida ragazza bionda che si diresse subito al nostro tavolo. Dopo essersi presentata con regale semplicità, senza sedersi, ci comunicò esattamente quanto segue: “Il Commodoro vi ringrazia moltissimo per il regalo che gli avete fatto a nome degl’italiani e vi prega di darmi l’indirizzo del negozio in cui l’avete comprata. Ron vuole che la carta d’Amalfi sia la sua carta da lettera personale, d’ora in poi”.

Mi ricordai che Betty Valantines (ora Betty Ferrando) aveva comprato la carta d’Amalfi a Brescia, alla cartoleria Apollonio, sotto i portici Dieci Giornate. Scrissi l’indirizzo al messaggero di Ron e lei, ringraziandomi, volò via... 

Flag

Il debrief della missione richiese parecchi giorni e intanto fummo aggregati all’equipaggio di Flag, al lembo estremo dell’organigramma, le Aree Pioniere della Divisione 6.

Flag non dormiva mai. Avendo tutte le org del pianeta da gestire, metà dell’equipaggio lavorava di giorno e l’altra metà di notte. Potemmo quindi scegliere un turno di lavoro ed io scelsi quello dalle 18 alle 6 del mattino, soprattutto perché mi ricordava la vita con i miei fratelli, gli Agarbathy.

C’era la colazione fino alle 18.30, la classe fino alle 21, il pranzo a mezzanotte e la cena alle 6 del mattino, poi si era liberi. A Flag si dormiva pochissimo. La presenza palpabile di LRH e l’aria elettrizzante della cima assoluta del mondo, rendevano fatato a veloce il suo equipaggio, come se ci si muovesse su pattini a rotelle.

Alle 6 del mattino, finito il mio turno, se si era in porto sbarcavo e con un amico della sala macchine andavamo in giro per l’isola, in moto o a piedi, su per i vulcani spenti dove Ron, anni prima, aveva registrato il mitico Ron Journal 67. La branda che verso mezzogiorno mi avrebbe accolto, pur essendo a 20 centimetri dal soffitto ed a circa mezzo metro dall’elica di dritta, è il giaciglio che ricordo con più affetto. 

Ron

Avevo finito di far colazione, una sera di settembre del 1974 e stavo avviandomi verso la classe. Era quasi l’ora dell’appello e mi incamminai dal ponte di prua (dove, beato, avevo fumato una sigaretta) alla classe.

Nell’imboccare le scale per salire all’interno, sentii dei passi che le scendevano in fretta, allora mi scansai per fare uscire con agio (erano scale molto strette) chi stava scendendo, senza però vederlo. Feci un passo indietro ed in quell’istante vidi Ron che mi ringraziava per il passo ceduto. Era vestito di bianco, con la sua capigliatura inconfondibile. Preso in contropiede, non riuscii a dire nient’altro che “Buonasera...”, in italiano. Ron rispose con un “ciao” tono 40, in inglese, prima di sparire come il Bianconiglio di Alice, mentre io ero letteralmente stupefatto.

Nel periodo di permanenza a bordo, ebbi altre occasioni di vedere Ron, ma quella più straordinaria fu nel porto di Las Palmas, dove ero di guardia sul ponte volante, una ripetizione della barra e del telegrafo del ponte di comando, ma sopra coperta, in cima alla nave. Al timone c’era Ron che gridava nel telegrafo (il vento e la manovra facevano un baccano infernale) con la sala macchine: “Avanti piano... Indietro tutta... Ferma le macchine... Avanti tutta... Via così...”.

Stava manovrando per uscire dal porto SENZA PILOTA. Lui, da solo, ridendo ed urlando contro il mare blu che rideva ed urlava, a sua volta, facendo beccheggiare l’Apollo in una danza frenetica di spuma bianca...

Questa è l’immagine più viva che ho di Ron, nel mio ricordo, e questo è l’esempio di Tono 40 a cui sono maggiormente affezionato.

Festival Rock & Roll

Un sabato sera di novembre inoltrato, stavo di guardia sul ponte, a prora e mi godevo la brezza che accarezzava il porto di Funchal, nell’arcipelago di Madera. Eravamo giunti da un paio di giorni e, visto che prima c’era stata una lunga navigazione, gran parte dell’equipaggio era a terra, in franchigia.

Verso le 20, dall’altra parte del golfo, a circa mezzo miglio di distanza dall’Apollo, intravidi un gran corteo di gente che pareva cantare qualche nenia locale, portando fuochi come per festeggiare il santo patrono. Venivano dalla nostra parte e man mano si avvicinavano capivo che le loro intenzioni non erano troppo amichevoli.

Non sapevo che, proprio in quei giorni, il Portogallo si era liberato dalla dittatura di Marcelo Caetano (successore del generale António de Oliveira Salazar che l’aveva tenuta per più di 30 anni), con “la rivoluzione dei garofani”.

Le Azzorre erano portoghesi (sebbene sperdute nell’oceano Atlantico) e i giovanotti locali non vedevano l’ora di far andar le mani contro il “nemico”, ma non vedendo nemici intorno, pensarono bene di prendersela con l’Apollo: la nave americana, la “nave della CIA”...

I nostri “amici” avevano fatto circolare storielle graziose su di noi in quel porto e adesso una torma di scalmanati e ubriachi voleva abbordare la nave per fare “giustizia” dei crimini che la CIA aveva commesso in tutto il mondo. Semplicemente pazzesco, ma molto pericoloso.

Avanzavano in centinaia sul molo e il Quartiermastro scese e si mise a guardia della passerella, da solo. Non passò nessuno nonostante le grida di guerra e lui non faceva nient’altro che stare lì, a una comoda distanza, e confrontare. Avreste dovuto vederlo, amici.

Intanto, i pochi rimasti a bordo, si apprestarono a mettere in pressione le macchine. Essendo una nave a vapore, l’Apollo aveva bisogno di due ore almeno prima di far girare le eliche.

Avevo nello stivale il mio coltello a serramanico ed ero pronto a infilarlo nella pancia del primo “rivoluzionario” che si fosse fatto sotto, ma non andò proprio così. Ron era a bordo e prese subito il comando della situazione con un ordine perentorio: chiunque avesse un’arma qualsiasi, la gettasse a mare e chiunque avesse una macchina fotografica, scattasse le foto del tentato abbordaggio. Feci finta di non capire, ma l’ordine, ripetuto senza che ci potessero essere mal comprensioni, mi arrivò dritto dritto. Presi il mio coltello e a malincuore lo buttai fuori bordo, dopo averlo baciato. È ancora là, sul fondo del porto di Funchal.

Finalmente prendemmo il largo e gettammo l’ancora fuori dalle acque territoriali di Madera. Avevamo da recuperare gran parte dell’equipaggio ed iniziammo subito, con le lance di salvataggio che facevano la spola tra la nave ed una spiaggia, segreta e deserta, nell’isola.

Italia

Quell’andirivieni durò tre giorni e il quarto un’ultima lancia lasciò la nave prima che l’Apollo attraversasse, per l’ultima volta, l’oceano Atlantico. A bordo c’era l’equipaggio del Flag Project n° 619, pronto a partire per l’Italia.

Era l’alba del 14 novembre 1974 e il mare era grigio e grosso.

Atterrammo quella stessa sera, a Linate.

Quel giorno inizia la storia di Scientology in Italia.

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Dedicato a Marianna Ferrando, Messaggero del Commodoro


(nel forum, alla voce “La storia di Scientology in Italia” troverete commenti con dettagli aggiuntivi, nomi e circostanze su questo soggetto – Etica e Verità)

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